Giuseppe Gioachino Belli. Lettera a Bartolomeo Capranica
Firenze, 22 settembre 1825


A Sua Eccellenza

Sig.r Marchese D. Bartolommeo Capranica

Seg.rio gen.le della Polizia

Roma

I.mo Sig.r Marchese

Ricevuta la graziosa sua de' 18 mi recai per due volte nella giornata del med.o martedì presso la Sig.a Internari, nella seconda delle quali la trovai in sul finire del pranzo, insieme col p.mo attore S.r Paladini che all’assetto della persona mi parve commensale, e in compagnia di altro signor forestiero, da cui Le si faceva assistenza. Partecipai alla Signora il soggetto e il motore della mia andata, chiedendole se lì io poteva leggerle la lettera da me di Roma ricevuta. Guardato essa nel volto il Paladini, mi rispose che io poteva: ed io lo feci, mentre il Paladini si tratteneva a conversare col forestiere. Già dal bel principio del mio ingresso nella stanza io aveva male conghietturato da certo contegno della Sig.a Carolina, assai più regale e tragico che non fu quello mostrato quando io assistetti al colloquio passato fra lei e il Sig.e Marchese Domenico. Al termine della mia lettura mi trovai vero il pronostico, perché la comica rivoltasi al comico lo invitò a condurmi in una stanza contigua, onde comunicarmi per risposta alcune serie circostanze sopravvenute. Passati nell’altra camera, il Sig.e prim’uomo volle con teatrale libertà prendermi dalle mani la lettera per leggerla: io la ritenni e tornai a leggerla a lui. Allora mi udii intuonare aver voluto la impresa di Roma troppo indugiata, e volerlo ancora con eccessivi pretesti: non potersi pensare alle pratiche pel Boboli, essere inutili quelle pel Francasani, non aversi per certa la Perotti; aver mancato in questo corso la lettera decisiva al Cecchi con le scritture: così che la S.a Internari stretta molto dagli altri impegni aveva dovuto nella giornata cedere ad uno che più le presentava di certezza, e di lucro. Con forti parole io feci sentire parermi che qui sotto non fosse rinchiusa tutta la buona fede e la tenerezza per Roma già dalla Signora Internari vantate: soggiunse ella allora, ed entrambi mi si dettero per irremovibili, conchiudendo con mille no, no davvero, è tardi, non è possibile, è tardi, ho firmato, no davvero ; e da capo è tardi; non è possibile e via discorrendo. Mi sono allora rivolto al chiedere del teatro per cui avevano fatto scrittura. Come io l’aveva immaginato, ne fecero mistero, da svelarsi però prima della lor partenza di questa Città. E Le dirò ancora Sig.r Marchese, essersi voluta la Signora mettere anche sul credito, pretendendo giusta una certa sua vanità, punta dalla richiesta di un buon caratterista: perché, soggiungeva, oso dire che dov’è una Internari si può ben passar sopra ad un caratterista, e alla specie di commedie nelle quali esso ha luogo. Per replica io mi contentai di un sorriso non dolce e di un dire rientrato nel serio, che Roma ha questo difetto di amar talvolta le commedie di carattere e i caratteristi a preferenza dei drammi e del sentimento, essa intese, e squassò il capo alla comica. — Ito così a monte il trattato per le stagioni di primavera e autunno 1826 e carnovale 1827, i fedifraghi mi proposero accordo per le stagioni di primavera e autunno 1827 e carnovale 1828, colla offerta di stabilir tutto fin da ora e firmare per Boboli per la Perotti, e per chi meglio all’impresa piacesse. Che ne dice? A me sembra, che a quell’epoca, di tanta genta beato chi ha un’occhio! Pure ci rifletta un poco. — La Internari vanta di aver dato al Cecchi buone e belle cento piastre per lo scioglimento di ogni concordato. Io non ci credo. — Vuole udire un mio pensiero sulla mutazione della Internari? Ella aveva smania di Roma, ma la esternò assente il Paladini. Ora costui vuole per qualche tempo tenerla distante da una Città, ove stanno i parenti del di lei defunto marito. — E pregandola di inchinarmi a tutta la sua famiglia, devotamente mi dico pieno di stima

Suo d.mo obb.mo servitore

Giuseppe Gioachino Belli

Di Firenze, 22 settembre 1825

P.S. Aveva preparato questa mia da ieri, e lasciatala aperta quasi il cuore mi facesse prevedere la necessità di un poscritto. Questa mattina si dice per Firenze essere la Sig.ra Internari fuggita lasciando la compagnia, pagata però; e lasciando fino il Sig.r Paladini, che se ne chiama ignaro. Sinora la cosa è oscura. Me ne informerò meglio, e Le lo notificherò. Intanto resto nella persuasione che siavi pasticcio. Ha mantenuto la parola! Ed io ho saputo come va l’accordo da Lei fatto, comunicabile a me per patto prima della sua partenza di questa Città! E siamo benissimo in tempo di trattar seco una compagnia pel 1827 in 28! Ma brava davvero!